NO a perdite per 750 milioni, con spesa e alberghi più cari (iniziativa: basta con l’IVA discirminatoria per la ristorazione)

Fabio Canevascini

Fabio Canevascini

Quante volte sei rimasto perplesso di fronte al conto salato di un ristorante o di un albergo? Ebbene, se passa l’iniziativa “Basta con l’IVA discriminatoria per la ristorazione”, il conto potrebbe essere anche più salato. E non pensare di cavartela frequentando meno i ristoranti, perché il conto potrebbe arrivarti attraverso le imposte.

L’iniziativa, promossa da Gastrosuisse intende sfuggire all’aliquota normale dell’8% applicata alla vendita di tutti i prodotti e per la quale è previsto anche un servizio. Nei ristoranti il servizio corrisponde ai camerieri che servono al tavolo o alla possibilità di andare alla toilette. La richiesta dei ristoratori è che l’IVA applicata al cibo e alle bevande analcoliche sia ribassata al 2.5%, come nei negozi, dove invece non è presente un servizio aggiuntivo. Specie nel caso dei take away, dove si compra cibo già pronto come nei ristoranti. Ora, questa richiesta sembrerebbe ragionevole. Ma c’è un inghippo, perché dimentica molti aspetti importanti.

Un’IVA del 2.5% viene definita “aliquota ridotta” e si giustifica nei confronti dell’aliquota normale – quella dei ristoranti – poiché i generi alimentari e le bevande analcoliche venduti dal macellaio o da un grande magazzino sono considerati beni di prima necessità. Andare al ristorante, invece, non è una necessità primaria e implica la presenza di servizi aggiuntivi (i camerieri, i tavoli e le toilette, appunto): questa differenza tutela i bisogni primari del consumatore e deve essere mantenuta. Il caso dei take away è poi esemplare: è vero che offrono cibo già pronto, ma in maniera non diversa da tanti supermercati. Come distinguere allora fra l’aliquota sul toast o sul pollo arrosto offerto dal take away e quella sullo stesso toast e sullo stesso pollo offerto nel settore alimentare del supermercato? Non solo: bisogna considerare anche le conseguenze fiscali.

Se l’iniziativa fosse accettata, si stimano perdite fiscali fino a 750 milioni di franchi. Ai quali bisogna aggiungere 75 milioni persi dall’AVS e 40 persi dall’AI. Ma almeno i prezzi nella ristorazione diminuirebbero? Oppure i ristoratori si limiterebbero a intascare la differenza, senza benefici per i clienti? Non è chiaro. Insomma, non si sa dove andrebbero a finire quei 750 milioni.

Milioni che però lo Stato dovrebbe far saltare fuori da qualche altra parte. Per esempio, si dice, aumentando l’aliquota ridotta fino al 3,8%. Ebbene, quella è proprio l’aliquota applicata nei negozi. Cioè quella sulla spesa, che verrebbe a costare di più, a meno di danneggiare i negozianti e i loro dipendenti.

In sostanza, non è certo che diminuiscano i prezzi nei ristoranti, ma è sicuro che aumenterebbe il costo della spesa.

E gli alberghi? La Costituzione federale prevede per loro un’aliquota speciale, con un valore situato tra quella ridotta e quella normale. Diciamo il 3.9%? Ecco un altro danno, stavolta per gli albergatori e i loro dipendenti. E anche per i loro clienti, al momento di pagare il conto.

Per farla breve: mentre comprare del cibo in un negozio è una necessità inevitabile per tutti (mica si può morire di fame, no?), andare al ristorante è uno sfizio. Legittimo, ci mancherebbe, ma pur sempre uno sfizio. E per quello sfizio rischiamo di rimetterci tutti noi: come contribuenti, come clienti, come dipendenti del settore.

Ecco allora perché pure il Consiglio federale e il Parlamento raccomandano di respingere l’iniziativa. Io, come cittadino e consumatore, come persona conscia della nostra situazione economica, dico con convinzione che questa iniziativa va respinta votando No. Per evitare perdite fiscali non sostenibili dalla Confederazione. Per non appesantire il settore alberghiero. Per scongiurare sorprese al personale dei negozi o a tutti i cittadini quando guarderanno il totale sullo scontrino della spesa.

Fabio Canevascini, deputato PS al GC

Pubblicato sul CdT del 28.08.2014: 2014.08.28 CdT

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